loader image

Carezza al cane, una poesia di Paolo Buzzi

Articolo a cura di Rosa Maria Garofalo

Ci sono versi che attraversano i decenni senza perdere una sola goccia di verità. Quando Paolo Buzzi (1874-1956) – poeta milanese del Novecento e tra i firmatari del Primo Manifesto Futurista – scriveva la sua poesia Carezza al cane, non stava proponendo un semplice esercizio di stile o una leziosa dedica a un animale da compagnia. Stava scoprendo, con straordinaria lucidità, un’inversione di ruoli che chiunque si occupi di tutela animale, conosce bene.

Carezza al cane di Paolo Buzzi

Cane, bontà degli uomini perduta,

o fedeltà di tanti falsi amici,

il mio cuore ti pensa e ti saluta!

 

Questa vita di tedï e malefici

te la dirò dentr’un’orecchia, o cane,

che i miei segreti ascolti e non li dici.

 

Le pupille tue fonde e più che umane,

san la mia dolce illusïon caduta.

E la tua testa è calda come un pane…

 

(Da “Bel canto”, Studio Editoriale Lombardo, Milano 1916)

 

Considerazioni

In questo breve componimento, Buzzi attribuisce al cane una qualità precisa: l’animale è il depositario della “bontà degli uomini perduta”. Non è l’essere umano che incivilisce il cane, ma è lui stesso che conserva intatta quella purezza, quella sincerità e quella capacità di ascolto che la società umana, con le sue solitudini e le sue finzioni, tende a smarrire. Le pupille del cane sono definite “più che umane“: uno sguardo profondo che non giudica, non chiede spiegazioni, non pesa i difetti e non tradisce. In quel sussurrare “dentr’un’orecchia“, Buzzi individua il valore supremo dell’ascolto partecipe e silenzioso.

In una realtà come quella delle varie organizzazioni che si occupano di animali randagi, dove ogni giorno si incrociano le storie di cani abbandonati, dimenticati o feriti dall’indifferenza, la poesia di Buzzi ci offre una chiave di lettura preziosa per riflettere sul significato autentico del gesto di cura. Adottare un cane è un atto d’amore verso un’animale che ha sofferto un abbandono, oppure è stato maltrattato, e porta dentro di sé diverse cicatrici, alcune visibili altre invece non lo sono all’occhio umano. Accarezzare e trattare bene il nostro cane sono uno scambio di restituzione reciproca. Ciò che noi diamo all’animale è restituirgli un nome, la sicurezza, il cibo e un posto nel mondo dove non dover più temere l’indifferenza o il pericolo. A sua volta il nostro amico a quattro zampe ci restituisce la possibilità di riconnetterci con quella “bontà perduta” di cui parla Buzzi. L’opportunità di riscoprire un’empatia priva di filtri, la bellezza della presenza discreta e la verità di un legame che non chiede nulla in cambio se non rispetto e continuità. Il cane randagio, finché vaga spaventato o resta invisibile dietro la rete di un canile, è un essere cui è stata sottratta la possibilità di esprimere la propria natura. Quando impariamo a guardare oltre quella condizione d’invisibilità, scopriamo che dietro quelle “pupille fonde” c’è un custode silenzioso pronto a farci riscoprire la parte migliore di noi stessi.


CREDITI IMMAGINI: Immagine di copertina Foto di StockSnap da Pixabay, Paolo Buzzi – Wikipedia – pubblico dominio